Mediglia, 44 deceduti, RSA di Mombretto, visite dei parenti anche dopo il 23 febbraio, nonostante il sindaco e ATS le avessero vietate
«Il 1° marzo mi hanno fatto entrare con mascherina e guanti ma gli operatori che mi hanno accompaganto da mio padre ne erano sprovvisti. Mio papà è morto senza che nessuno gli abbia fatto il tampone»

Il frenetico andirivieni delle Pompe Funebri
La storia di Francesco, deceduto il 14 marzo
La figlia racconta a 7giorni la storia di Francesco, un uomo di 88 anni con diversi problemi di salute, che è deceduto presso la struttura Residenza Borromea sabato 14 Marzo, che rientra nei 44 morti comunicati dal Prefetto di Milano: «Inizialmente avevano bloccato le visite (N.d.r. 22 febbraio), poi la settimana dopo, il 1 marzo,
ci diedero la possibilità di visitare il nostro papà, a patto di
disporre degli ausili di protezione individuale e tramite la
sottoscrizione di un documento nella quale dichiaravamo di non essere
entrati in contatto con nessun contagiato. È l’ultima volta che ho visto
mio padre – continua la donna residente nel sud est Milano -, con tutte le sue
problematiche di salute, non manifestava nessun sintomo del
coronavirus. In quel frangente ho saputo che nella struttura c’era stato un caso di contagio, e ed erano stati fatti dei tamponi, ma solo a chi avesse evidenza dei sintomi. Ho chiesto al personale se chi avesse i sintomi fosse stato isolato dal resto dei pazienti, in attesa dei risultati diagnostici. E con somma sorpresa mi risposero di no, sintomatici e asintomatici erano ancora
a stretto contatto. Ogni mattino mi tenevo in contatto con la
direzione, la quale con estrema gentilezza ci dava sempre notizie di mio
padre. Dopo qualche giorno di inapettenza,
a mio padre misero una flebo per idratarlo. Un giorno mi chiamò un
medico, mai sentito, che mi confermò di aver preso servizio proprio in
quella giornata, il quale mi disse che mio padre aveva del catarro nei
polmoni e se preferissi mandarlo al pronto soccorso oppure optassi per
tenerlo in loco dove avrebbero potuto somministrargli le stesse terapie
del caso dell’ ospedale. Scelsi di non traumatizzarlo ulteriormente e di lasciarlo alla Residenza Borromea.
Così gli somministrarono un antibiotico e gli applicarono
l’ossigenoterapia. Il fatto sta che sabato mattina 14 marzo, mi comunicarono che
mio padre era morto. Abbiamo dovuto – conclude la donna –, con l’ausilio
delle pompe funebri, asportare in fretta la salma, la Direzione
sanitaria aveva fretta, non me lo hanno fatto vedere, lo hanno chiuso in una cassa e oggi è ancora al cimitero di Lodi in attesa di essere cremato, senza aver avuto neanche la benedizione. Le precauzioni utilizzate inseguito alla sua morte, farebbero pensare che mio padre fosse stato contagiato da Covid 19, ma ad oggi io non posso affermarlo, nessuno gli ha fatto il tampone e tanto meno qualcuno mi ha cercato in quanto sono stata dentro il focolaio del contagio, per prescrivermi l’esame diagnostico a tampone».
Secondo
quello che emerge da questa testimonianza ci sono stati momenti di
estrema confusione nella struttura assistenziale, avremmo raccolto
volentieri le dichiarazioni della Direzione sanitaria della Residenza Borromea in merito, ma si sono rifugiati dietro ad un no comment. Quello che sstona in questa vicenda, è aver concesso l’ingresso dei parenti dopo che le
prescrizioni dell’Amministrazione comunale e di ATS che andavano in direzione opposta; il fatto che in quel frangente il personale non fosse fornito dei DPI dispositivi di protezione individuale; e infine il fatto che in tutta quella situazione, i medici avessero optato perr una terapia antibiotica del paziente quando lo stesso Ministero della salute afferma che la terapia antibiotica non è efficace contro il coronaviurus.
Giulio Carnevale